Villa delle Vignacce

Passeggiando verso il lato nord del parco, costeggiando Via Lemonia (direzione Quadraro), è possible ammirare i resti una delle più estese ville del suburbio dell’Antica Roma. Le indagini archeologiche hanno evidenziato ben cinque periodi di vita della villa, dal I al VI sec. d.C.; realizzata in opera mista di reticolato laterizio e in opera listata.

Tra i resti più in vista è possibile osservare le strutture di una zona termale: una vasta aula a pianta circolare coperta a cupola, circondata da altri piccoli ambienti absidati, in cui si conserva uno dei più antichi esempi di utilizzo di anfore per l’alleggerimento della struttura. La villa appartenne a Quinto Servilio Pudente noto costruttore del tempo di laterizi e legato alla famiglia imperiale.

 

 

 

La statua è stata rinvenuta nel luglio del 2009 presso la Villa delle Vignacce, nel corso di indagini archeologiche intrapese dalla Sovrintendeza Capitolina in convenzione con l’American Institute for Roman Culture.

 

Il soggetto scolpito è quello del satiro Marsia che secondo la leggenda credeva di essere il più esperto musicista di flauto al punto da poter sfidare il Dio Apollo e la sua cetra. Apollo decise cosi di sfidare Marsia e il giudizio della performance fu affidato alle Muse. La gara si chiuse in parità, allora Apollo rilanciò la sfida suonando e cantando con la sua cetra capovolta, esortando Marsia a fare lo stesso; la prova risultò impraticabile per il satiro che ne uscì sconfitto. Apollo punì Marsia per la sua tracotanza appendendolo ad un albero e scuoiandolo vivo.

 

La statua è realizzata in un unico blocco di marmo dalle venature rosso-violacee, originario dell’Asia Minore. Al momento del rinvenimento mancavano la mano sinistra e i piedi, probabilmente realizzati, come la mano destra superstite, in marmo bianco. Per la parte interna degli occhi sono utilizzati una pietra calcarea bianca per il bulbo,e pasta vitrea per l’iride; il contorno dell’occhio e le ciglia sono in bronzo. La scoperta si presenta particolarmente importante perchè questa statua “Marsia appeso” offre un contributo alla conoscenza della produzione artistica di un gruppo di scultori originari di Afrodisia di Caria, in Asia Minore, che in età Adrianea crearono statue di grande pregio. Lo scultore propone in questo caso una raffinata rivisitazione del “Marsia appeso” infatti a differenza di altri esemplari, nei quali la sofferenza esasperata contrae i tratti del volto e li deforma, qui l’espressione di dolore non altera l’organicità delle forme.

La statua è conservata nel museo della Centrale Montemartini a Roma